Glauco Cartocci - Cosa resterà di me?

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Glauco Cartocci

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PAROLA.
A cosa servono le parole, se nessuno ascolta più? Diceva un brano degli anni ‘80, e sempre più frequentemente mi trovo a pensare, anzi a temere che dicesse il vero. Però potremmo anche citare una frase più datata, di un’altra canzone dei Sixties, che potrebbe, al contrario, aprire uno spiraglio di speranza: pronuncia la parola e sarai libero, pronuncia la parola e saremo simili.

IMMAGINE.
Nel contesto di una società “visiva” come la nostra, l’immagine sembra essere preminente, la vista appare schiacciare con la sua supremazia gli altri quattro sensi. Il trucco è “leggere” le immagini non solo con gli occhi e il cervello, ma con un sesto senso, più agile degli altri, non mediato dalla razionalità: lo stimolo visivo allora diviene suggestione. Non siamo costretti ad interpretarlo, decifrarlo, dunque, ma possiamo utilizzarlo per far risuonare corde diverse nella nostra anima, effetto del tutto imprevedibile e soggettivo, non incluso in partenza nell’immagine stessa.

SUONO.
Qualcuno (so chi è, ma non è importante) disse che “tutte le arti tendono alla forma della musica”. E certo la musica è in assoluto l’arte più libera, più evanescente, meno controllabile o incasellabile, meno assoggettata a categorie. La musica non attiene solo al senso dell’udito, ma coinvolge l’intero corpo e, in modi misteriosi, tutti i sensi e una bella fetta dell’anima.
Come disse qualcun altro (so chi è, ma non è importante): “parlare di musica è come ballare d’Architettura”: la musica avvolge, poi sfugge, sguscia e torna. Descrivere un Do minore è difficoltoso come descrivere l’odore della salvia.
In questo “libro” (chiamiamolo così per comodità) la musica apparentemente è uno dei tre elementi in gioco, insieme alle immagini e alle parole; anzi - che strano - cronologicamente arriva per ultima, ma permea della sua sostanza tutto il resto. Le immagini diventano musica: nel procedimento “scelto” dagli autori, si è evitato che questa derivasse dalle parole, giudicate troppo condizionanti (ciò spiega anche perché i brani siano prevalentemente strumentali).
La materia letteraria, i testi, qui nascono per primi ma (non volendo?) seguono i ritmi propri della musica. Infatti quelli che apparentemente sono “racconti” procedono in realtà per associazione di idee, e – esattamente come nella composizione di un brano musicale - non sono affatto assoggettati a un criterio di necessità. Da una prima frase non ne consegue obbligatoriamente un’altra a definire e completare la precedente: non c’è nulla di inevitabile e prestabilito, ma un guizzo estemporaneo. Ad ogni scelta, un bivio, dove il passo seguente verrà intrapreso sulla base dell’istinto, senza ragionarci troppo: come quando si passeggia, liberi da tutto, in un giorno di vacanza.
Ogni capitolo di questa raccolta può concludersi (come da manuale) tornando alla tonica su cui riposare, oppure chiudere su una soluzione musicale inattesa, lasciando sospesa la tensione, come un insinuante dubbio.  
In “Cosa resterà di me?” sono coinvolti scrittori, fotografi, musicisti, ma il gioco di squadra non termina con loro: è importantissimo che il lettore/fruitore/ascoltatore si lasci coinvolgere e diventi parte integrante di questo gioco di specchi.
Per chi sa ascoltare, per chi sa vedere, per chi sa leggere, è una sfida entusiasmante, che arricchisce. Come in una partita a squash con te stesso, devi afferrare la palla, e rilanciarla, a modo tuo, farla rimbalzare sulle tue pareti interiori. Non si perde, a questo gioco. Forse qualche rimbalzo toccherà corde molto personali, come è successo a me, e forse ci si può beccare qualche livido, o una sbucciatura, ma alla fine ne sarà valsa la pena: ci si ritroverà sudati e contenti per avere espulso le tossine.
A detta di Athos Enrile, questo book “può aiutare alla comprensione delle cose semplici che ci circondano ogni giorno e di cui spesso non ci accorgiamo, se non quando è troppo tardi”. In altri termini, potremmo dire che, attraverso particolarissime angolazioni, offre frammenti di verità.
Ma nel momento stesso in cui dico ciò, obietto a me stesso che la Verità non esiste.
Però può capitare, ogni tanto, di esclamare “Come è VERO!” reagendo a impulsi occasionali, magari nascosti in fattori impensabili e inaspettati.
Inaspettata è un’intuizione che ti arriva leggendo un singolo rigo in un articolo di giornale.
Inaspettato è un suggerimento che ti giunge da una foto su una rivista, che ti attrae inspiegabilmente, con violenza.
Inaspettato è un ricordo portato alla mente da una canzone che irrompe nel tuo spazio, da una finestra aperta: forse è la radio dei vicini, forse un CD player di qualcuno che passa in strada.
Questo book, fatto di parole, immagini, musica, è un mercatino dell’Inaspettato.
È Arte “fine a se stessa” (lo disse qualcuno, so chi è, ma non è importante).
Come diceva un oscuro personaggio interpretato da Peter Falk in un film di serie B, “quando piove merda, l’Arte è l’ombrello migliore”.
Come è vero!

Glauco Cartocci


 
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